Jun 20, 2011

Buone Notizie, Cattivi Pirati, Fini e Mezzi

Buone notizie che però vengono spacciate per atti criminosi e nocivi per il "sistema" in base a ragionamenti deboli (o almeno non provati in alcun modo) e leggi sbagliate che hanno perso di vista il loro fine sociale.
Per me sono buone notizie e cercherò di spegare brevemente le mie ragioni.

La notizia, che ho letto qui, è che in Italia la "pirateria" è relativamente alta.

Il quasi monopolista Microsoft presenta un rapporto sulla "pirateria" in cui l'Italia viene inserita nel libro nero delle nazioni con tasso di contraffazione più elevato.


[questo post è stato scritto di getto e riporta solo alcuni ragionamenti ed opinioni senza una organizzazione sistematica e senza alcuna pretesa di correttezza. Le idee che esprimo, lungi dal rappresentare la mia opinione definitiva sull'argomento, sono più di tipo etico che economico, anche se diverse considerazioni economiche sono sullo sfondo - per queste ultime rimando a questo post Freedom and Innovation: Against Copyright, mentre qui trovate alcune informazioni riguardo a libri e ebooks A Tale of Freedom and the Right to Read]

Usiamo pure il termine "pirateria" nel senso che è diventato comune, anche se a me verrebbe da pensare che se c'è un monopolista che vende un prodotto a caro prezzo, un prodotto il cui proprietario non ha diritto di sapere come funziona, non ha diritto di controllare cosa faccia sulla propria macchina, non ha diritto di modificare ecc., allora forse i "pirati", in quanto assaltatori del libero mercato e della libertà degli utenti, siano loro...
Forse si potrebbe obbiettare che non si vende un prodotto vero e proprio, ma una licenza d'uso e quindi un servizio. Però la differenza è sottile, perché è un servizio particolare che non richiede un contatto umano, un lavoro diretto per soddisfare il singolo utente nè costi aggiuntivi a quelli già sostenuti ed è sostanzialmente indipendente dal produttore: una volta installato un sistema operativo del resto ci posso lavorare senza che la Microsoft sostenga alcun costo ulteriore o faccia alcun lavoro aggiuntivo rispetto al lavoro già fatto per la creazione del sistema operativo stesso.
E questo è qualcosa che ci allontana dalla definizione tradizionale di servizio, che è qualcosa di personalizzato o che quantomeno richiede un minimo di lavoro diretto per soddisfare il singolo utente, pensiamo a medici, avvocati, insegnanti ecc.
Dopo queste considerazioni allora il lavoro della microsoft sembra più vicino a quello di un autore di un libro: una volta scritto il libro, questo può essere letto da chiunque, senza che l'autore debba fare altro, indipendentemente da quanta gente legge il libro. (Ci sono i costi di distribuzione, ma tralasciamoli, anche perché normalmente non sono gli autori a sostenrli e comunque oggi sono spesso relativamente bassi.)
Quindi in un certo senso l'opera, una volta prodotta, è diventata un bene pubblico.
(Attenzione: il paragone non è perfetto, del resto le singole copie di un'opera non sono assolutamente beni pubblici e la loro produzione ha un costo, per quanto piccolo; inoltre per fruire l'opera o comprendere l'idea è comunque necessario che l'utente sostenga uno sforzo, ovvero un costo, che in certi casi può essere alto - pensiamo agli anni di studio che servono per essere in grado di comprendere come funziona un computer per poi essere in grado di copiarlo e magari migliorarlo. Anche se il paragone non è perfetto, cosa che da un punto di vista economico può essere determinante, qui tralascio questo aspetto, primo perché voglio sottolineare l'importanza della diffusione della conoscenza e secondo perché la giustificazione della proprietà intellettuale è spesso fatta utilizzando questa similitudine; e credo che anche in quel caso garantire un diritto di monopolio sia probabilmente eccessivo e che, come spiego più avanti, la tendenza a confondere fini e mezzi debba essere evitata.)
Ed è il pubblico e non l'autore che ne trae la maggiore utilità. L'ideale sarebbe che tutte le opere, quindi compresi i sistemi operativi e gli altri programmi per pc, fossero immediatamente disponibili al pubblico gratuitamente. Questo davvero massimizzerebbe l'utilità sociale di queste opere e la diffusione di conoscenza e innovazione. E questo è chiaramente il fine che tutte le leggi sul diritto di autore e sui brevetti devono perseguire.

Un potenziale problema sorge nel momento in cui ci domandiamo quali incentivi economici abbia un eventuale autore nel produrre un'opera che non appena finita dovrà essere distribuita gratuitamente o quasi, che potra essere copiata e distribuita anche da altri (rispettando l'identità dell'autore orginale) o anche modificata e ridistribuita come nuova opera (citando le fonti).
Se infatti il fine sociale è favorire la produzione e la diffusione della conoscenza allora è anche necessario offrire ai potenziali autori gli incentivi necessari, morali ed economici. Il nodo cruciale è: qual è il modo migliore per offrire tali incentivi?

E' evidente che io questo non lo so, ma almeno so di non saperlo e ci ragiono sopra. Se l'intresse sociale alla diffusione della conoscenza è in qualche modo in conflitto con l'interesse dell'autore, deve esserci un punto in cui l'autore è adeguatamente incentivato e il danno per la diffusione della conoscenza è minimo. Ma non è solo una questione quantitativa, di quanto forte debba essere la protezione, o meglio il potere di monopolio dell'autore, ma anche qualitativa, ovvero se garantire un certo potere di monopolio all'autore sia l'unico o il miglior metodo per incetivare la produzione di nuove opere. Queste sono alcune delle domande principali che mi pongo e che credo il legislatore dovrebbe porsi.

Al contrario però le leggi attuali e l'opinione comune non lasciano trasparire alcun dubbio e sembrano sapere molto bene la risposta: bisogna dare agli autori tutto il potere possibile e controllare l'utilizzo delle loro opere.
Mi chiedo se questo non sia troppo, ovvero se non sia un male per la società, la quale rinuncia a gran parte delle sue libertà al riguardo, se questo davvero porti a massimizzare la diffusione della conoscenza, o se non si stia confondendo il mezzo con il fine, o peggio se il mezzo (l'incentivo per gli autori) non si sia completamente sistituito al fine al punto che il diritto di monopolio degli autori è ormai visto come un diritto naturale di questi: da garantire a priori.

A che serve aumentare gli anni di protezione di opere già prodotte se non a garantire un qualche diritto naturale di monopolio in capo all'autore o addirittura ai discendenti di questo?

E inoltre mi domando se una protezione così forte non sia addirittura nociva per la produzione di nuove opere. Da un lato tutte le opere si basano in qualche modo su altre opere, ma l'utilizzo di queste ultime potrebbe essere troppo costoso. E del resto se l'opera di un autore innovativo riscuote molto successo e lo arricchisce molto, quest'ultimo potrebbe anche decidere di riposare sugli allori e non avere alcun incentivo a creare altro; o, ancora peggio, potrebbe tentare di impedire che altri autori con idee simili o derivate, magari leggermente migliori, diffondano il loro lavoro adducendo violazioni dei propri diritti.
In altre parole esiste certamente un punto oltre il quale la protezione degli autori, ovvero il diritto di monopolio garantito loro, diventa nocivo per la concorrenza, per il mercato e per la creazione di nuove opere. Siamo oltre quel punto?

E poi c'è una questione ancora più radicale: siamo sicuri che gli autori e gli innovatori siano spinti dall'aspettativa di profitto o meglio dal profitto derivante direttamente dalla proprietà intellettuale? Credo che poche delle migliori opere dell'uomo siano state fatte per fare soldi e normalmente queste opere sono il frutto di individui appassionati e idealisti per i quali l'aspettativa di lucro è secondaria. Sono gli individui, le persone e le loro idee che dovremmo incentivare (anche con il mercato del credito), e queste persone rispondono solo parzialmente al profitto.
Chi davvero risponde in primo luogo al profitto sono le imprese, queste investono e assumono talenti per fare profitti; e certamente sono necessarie perché come forme associative hanno più potere dei singoli e a volte possono coordinare meglio certe attività. Ma ancora il punto è: quanti profitti, quali e quanti poteri dobbiamo garantire alle imprese perché queste innovino, dato sempre che il fine sociale è massimare l'innovazione e la diffusione di conoscenza?

Io non so a che punto siamo, ma la mia impressione è che la direzione in cui ci stiamo muovendo sia pericolosa per il mercato e per la libertà.

E veniamo al motivo per cui per me la notizia che in Italia la pirateria è forte è una notizia positiva.
In primo luogo è positiva perché dimostra che in Italia ci sono talenti e persone disposte ad infrangere una legge ritenuta ingiusta, dunque persone pensanti nonostante tutto. Infrangere la legge è sempre sbagliato, bisognerebbe agire politicamente per cambiarla anziché infrangerla, tuttavia l'elevato tasso di pirateria dimostra che questa azione politica potrebbe essere possibile se solo si creasse un network adeguato (ma la vedo difficile).
In secondo luogo perché la "pirateria" è di per se qualcosa di sociale e la sua esistenza dimostra che esiste da qualche parte un tessuto sociale per cui si preferisce aiutare il vicino piuttosto che una multinazionale straniera a migliaia di chilometri. Certo questo è contro la legge ed è sbagliato, ma il fatto che le persone lo facciano dimostra che il desiderio di diffusione e il vantaggio economico che le persone ne traggono e più forte della legge. Anzi il fatto stesso che una legge che esiste per garantire e aiutare la diffusione delle opere, venga violata proprio al fine di diffondere le opere è quantomeno paradossale, oltre che indicativo del fatto che questa legge è ormai una legge a tutela di un fantomatico diritto naturale di monopolio.

Per questo quando ho letto queste parole di Sonia Tarantolo, Vice Console per gli Affari Politici ed Economici del Consolato Generale USA a Milano, sono saltato sulla sedia (nessuna critica a Sonia Tarantolo, che non conosco minimamente, prendo solo in prestito le sue parole in quanto esemplificative del modo comune di ragionare sulla proprietà intellettuale):
La proprietà intellettuale è una delle principali ricchezze delle nostre società e un fondamento essenziale per economie avanzate come quella italiana e quella americana. La proprietà intellettuale offre l’opportunità a chi ha creatività di investire e di costruire sulle proprie idee, non solo a proprio beneficio, ma per il bene di tutti. Ci permette di innovare, di crescere e di prosperare. Per questa ragione, il miglioramento della sua tutela è un elemento presente da molto tempo nella politica estera del mio governo. Senza una forte protezione della proprietà intellettuale gli imprenditori, gli inventori, gli artisti, gli sviluppatori di software e le aziende avrebbero poco interesse a innovare e investire. Gli Stati Uniti e altri Paesi come l’Italia hanno lavorato per decenni al fine di estendere la tutela dei diritti in maniera più ampia possibile in tutto il mondo. Il nostro impegno sta avendo successo ma bisogna lavorare ancora molto per far sì che la proprietà intellettuale venga rispettata.

Rimango attonito per due motivi.
Primo, perché non ho trovato fatti che comprovino che l'esistenza della proprietà intellettuale stimoli davvero l'innovazione. Anzi ho trovato evidenza del contrario.
Secondo, perché anche volendo ammettere che un certo grado di proprietà intellettuale sia un bene, rimane da dimostrare che più proprietà intellettuale implichi più innovazione. E di nuovo, non sono un esperto, ma i dati che ho visto non dimostrano questo. L'unica cosa che sembra supportare questa visione sono un ragionamento debole e una convinzione forte.

Entriamo nel dettaglio.

La proprietà intellettuale è una delle principali ricchezze...
Io credo sia più corretto definirla come un male necessario. Non esiste alcun diritto divino intrinseco per cui l'autore di un'opera debba controllare quello che gli utenti fanno della loro copia dell'opera. Alcuni diritti vengono garantiti dalla società agli autori solo per aumentare la produzione di opere e la loro diffusione. Ma teoricamente l'ideale sarebbe che ogni opera sia resa disponibile gratuitamente a chiunque.

La proprietà intellettuale offre... Per questa ragione, il miglioramento della sua tutela... Senza una forte protezione...
Qui c'è un bel salto logico che è giustificabile solo dal fatto che questa è probabilmente solo una dichiarazione e non un saggio. Eppure questo è il salto logico tipico dei discorsi a favore del rafforzamento della proprietà intellettuale. La prima parte della frase è sostanzialmente condivisibile in quanto esprime che la proprietà intellettuale esiste per il fine sociale della creazione e diffusione della conoscenza e dell'innovazione. Ma da qui a dire che più proprietà intellettuale è meglio, c'è un abisso. Che una cosa esista per favorirne un'altra non implica assolutamente che più di questa cosa significhi più dell'altra, anzi può benissimo essere il contrario. E questo è probabilmente il caso.

Non so se questo ultimo punto è chiaro, per cui faccio un esempio che non c'entra nulla, ma per il quale vale un ragionamento è analogo.
Pensate alle pene per i reati penali e ai poteri inquisitori della polizia. L'ideale sarebbe un mondo senza reati penali e senza polizia, ma questo non esiste. Il fine sociale è dunque disincentivare i reati introducendo delle pene e alcuni poteri inquisitori per la polizia. Le pene e l'inquisizione sono un male perché tolgono la libertà alle persone (lasciamo perdere eventuali arbitri e abusi di potere). Lo scopo della legge penale deve essere quello di trovare il livello di pene e poteri inquisitori minimo tale da garantire un adeguato livello di sicurezza sociale. La legge penale dunque esiste per un fine sociale, ma non è di per se un bene; essa è un mezzo, il bene è il fine che essa si pone. Allora dire che la legge penale è un bene, mi pare una follia; essa è un male necessario. Possiamo perciò essere d'accordo sul fatto che debba esistere.
Ma da qui a dire che pene più severe e maggiori poteri inquisitori per la polizia rappresentino un bene sociale ce ne passa, anzi oltre un certo livello è vero il contrario. E come diversi oppositori della pena di morte dimostrano, alla pena massima non corrisponde affatto la massima sicurezza.

L'identificazione di un mezzo con un fine è pericolosa: da un punto di vista pratico, perché può portare a decisioni errate, ma ancor più da un punto di vista concettuale, perché può portare ad elevare un male al livello di un bene, tanto che alla fine potremmo voler perseguire il male avendolo scambiato per quel bene che desideravamo in origine.
E successivamente, vedendo che i nostri sforzi non portano ai risultati sperati, rimanendo offuscati, potremmo ritenere oppurtuno perseguire quel male ancora più fortemente di prima, per la credenza che i risultati non sono giunti perché non siamo stati abbastanza decisi. Questo errore di giudizio porta senza dubbio alla catastrofe.

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